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Il
conflitto di interessi è una delle problematiche più serie e più
importanti che ogni paese democratico deve affrontare. In tutti i paesi
dell’Europa occidentale (tranne che in Italia) e negli U.S.A., tale
problema è stato già analizzato, tanto che in questi Stati ogni
individuo titolare di concessioni statali o che comunque possa aver
interessi in contrasto con quelli della collettività, ha il divieto di
candidarsi in qualunque tipo di elezione. Si verifica un conflitto di
interessi quando viene affidata un'alta responsabilità decisionale ad un
soggetto che abbia interessi personali o professionali in conflitto con
l'imparzialità richiesta da tale responsabilità, che può venire meno
visti i propri interessi in causa. Nonostante ciò il solo verificarsi di
tale conflitto non costituisce alcuna prova di reato, o di scorrettezza,
ma è un argomento talmente delicato che i legislatori dei Paesi
democratici non hanno potuto fare altro che regolamentarlo. In Italia la
situazione è diversa, il conflitto di interessi è la regola e non
l’eccezione. È una discussione poco seducente per la nostra classe
politica. Accade così che ci ritroviamo il capo dell’opposizione (già
Presidente del Consiglio)essere titolare di aziende televisive,
assicurative, calcistiche, edili e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò
è la semplice conseguenza di anni dove a farla da padrone nella vita
politica del nostro Paese sono stati meri accordi sotto banco.
Memorabile l’intervento del parlamentare Luciano Violante, il quale,
dando un esempio della sua lealtà nei confronti dei cittadini,
affermava, in un suo intervento alla Camera nel 2002, di “aver dato la
garanzia al dott. Berlusconi, non adesso ma nel ’94, quando ci fu il
cambio di governo, che le sue televisioni non sarebbero mai state
toccate, lo sa lui e lo sa l’onorevole Letta…………”.
Nel ’96 il sen. Passigli scrisse un disegno di legge, che tra le altre
cose analizzava il conflitto di interessi. Si trattava di un’azione
molto morbida e modesta, infatti prevedeva che il funzionario pubblico
con un patrimonio eccedente una certa somma dovesse affidarlo in
gestione ad un'apposita società indipendente, quindi non veniva ad esso
vietato di candidarsi. Tale d.d.l. fu comunque bocciato dalla camera.
Tutto ciò permette a Berlusconi di ricandidarsi alle politiche del 2001,
vincendole. Nei suoi cinque anni di governo, è stata logicamente fatta
calare una coltre di silenzio su questo problema, fino a quando nel 2006
il centro-sinistra inserisce nel suo programma elettorale la
regolamentazione del conflitto di interessi. Uomini come D’Alema , che
in passato non hanno sdegnato di scendere a patti con il Cavaliere,
questa volta sembra facciano sul serio. Persino Violante non si permette
di usare toni contrastanti il contenuto del programma. In poche parole,
regolamentare il conflitto di interessi sembra essere una mera questione
di tempo dato che la vittoria alle elezioni di aprile del
centro-sinistra sembra essere certa, come in effetti sarà, seppur con
uno scarto minimo. Nei primi mesi di governo, il programma elettorale
viene dimenticato, si approva un indulto mai promesso agli elettori, le
leggi da cancellare non sono abrogate, arriva il disegno di legge
Gentiloni che non rispetta in pieno le promesse fatte in campagna
elettorale, e la legge sul conflitto di interessi tarda ad arrivare.
Finalmente dopo alcuni mesi, arriva alla camera un disegno legge. Tra lo
stupore degli elettori, sembra proprio essere quello atto a
regolamentare il conflitto di interessi. Tutti sono entusiasti a
sinistra, si dispensano parole contro coloro che avevano messo in dubbio
che tale legge sarebbe mai stata scritta. Gli elettori sono orgogliosi
di vedere applicato il programma almeno su questo tema.
Questo clima di fervore dura per un po’, fino a quando non si viene a
sapere i contenuti di tale disegno.
Un disegno legge ridicolo, che non risolve alcun problema, non prevede
l’ineleggibilità di soggetti con chiaro conflitto di interessi, ma
impone agli stessi di affidare , durante il loro eventuale mandato
elettorale, le aziende che posseggono ad un’autorità indipendente, un
Blind Trust. Facendo un esempio pratico, i giornalisti Mediaset, durante
il periodo del Blind Trust, qualora Berlusconi venga rieletto, saranno
comunque inibiti, visto che al termine del suo mandato il cavaliere
ritornerà ad essere il loro editore e potrà licenziare a destra e manca,
magari assumendo il figlio del giudice Vaccarella a Studio Aperto come
ha fatto l’altro giorno, dopo che Vaccarella senior si è dimesso dalla
Corte Costituzionale lamentando ingerenze del Governo Prodi. Dopo aver
detto tutto ciò, è opportuno ricordare una cosa, Silvio Berlusconi per
la legge italiana non è eleggibile, non lo è mai stato, basta leggere
l'articolo 10 del Dpr n. 361 del 1957 che dichiara non eleggibili
"coloro che in proprio o in qualita' di rappresentanti legali di
societa' o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per
contratti di opere o di somministrazioni amministrative di notevole
entita' economica” e fino a prova contraria il Cavaliere è titolare
della concessione delle frequenze televisive Statali per la trasmissione
delle reti Mediaset. E’ una legge equa, scritta nel ’57, quando
Berlusconi era ancora un cantante da crociera, ed è palese che nessuno
abbia mai brandito questa norma in nome della legalità.
Giovanni Picone |
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